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Davide non è solo contro Golia: l’oncologia pediatrica

Il concetto di salute viene definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) come “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale che non consiste soltanto in un’assenza di malattia o di infermità”.

L’ambito della patologia neoplastica, in particolare in area pediatrica, è stato tra i primi in cui la psicologia e la neuropsichiatria infantile si sono proposte, operando dei cambiamenti sia nelle aree dell’espressione sintomatica, della sofferenza psichica, della promozione della crescita e dello sviluppo personale, sia negli stili di accoglienza, comunicazione e considerazione del paziente come “persona al centro della cura.

La condizione di ricovero di un bambino o di un ragazzo comporta un disagio e una sofferenza di entità variabili, connessi non solo alla gravità della malattia, ma anche alla separazione dal nucleo familiare, alle necessità di adeguarsi a nuovi ritmi istituzionali, alla parziale, a volte totale, rinuncia alla propria intimità e ai propri ritmi, allo stato di dipendenza dagli altri, spesso inevitabile, con conseguente perdita della propria autonomia.

L’insorgenza di una malattia tumorale in età pediatrica proprio per il suo carattere traumatico può marcare pesantemente la costruzione-strutturazione della personalità dell’individuo in crescita. Alcuni periodi della vita sono riconosciuti come più vulnerabili: nei primi anni il bambino possiede meno strumenti di elaborazione della realtà, per cui maggiori sono le fantasie e le fantasmatizzazioni che a essa si accompagnano e che contribuiranno alla strutturazione della persona. Nell’adolescenza le problematiche legate alla malattia neoplastica (alterazioni fisiche, dipendenza, rottura della continuità della vita e della progettualità) intensificano la fisiologica crisi adolescenziale che ruota intorno al problema dell’identità.

La realtà della malattia e l’atteggiamento degli adulti che si occupano del bambino/ragazzo malato possono contribuire notevolmente sia ad attenuare l’entità del trauma sia a favorirne le conseguenze. La situazione viene affrontata diversamente a seconda delle caratteristiche peculiari di ciascun malato.

Nell’affrontare l’esperienza improvvisa e imprevedibile di malattia grave, risultano determinanti per il bambino/ragazzo la qualità delle relazioni familiari, delle relazioni coi pari e con l’èquipe curante. I genitori, soprattutto in alcune fasi della vita, si pongono indubbiamente come punto di riferimento principale per il bambino ed egli si aspetta da loro protezione, comprensione, sostegno. Spesso, tuttavia, i genitori divengono oggetto di attacchi da parte del bambino che riversa su di loro la rabbia e la paura per tutto ciò che gli sta accadendo e che, soprattutto per i più piccoli o nelle prime fasi di malattia, risulta incomprensibile: “Che cosa mi sta succedendo? Che cosa mi stanno facendo? Che cosa mi succederà?” sembrano essere le domande esplicite o tacite che i bambini/ragazzi pongono al mondo adulto, e a cui, ciascuno, per il ruolo che gli compete, deve poter dare risposta. I genitori, sofferenti e disorientati, possono trovarsi in grande difficoltà ad affrontare una esperienza così drammatica insieme al proprio figlio, a volte sperimentando il sentimento di ‘non riconoscerlo’.

Una buona qualità delle relazioni amicali è importante e sostiene il bambino/ragazzo, anche se non tutti trovano in esse un elemento forte di riferimento durante il percorso di cura. La malattia si presenta dunque fin dal primo momento come una forte esperienza non solo fisica, ma anche psicologica, da affrontare sia dal bambino/ragazzo che dalla sua famiglia. La diagnosi determina una serie complessa di reazioni emotive: tristezza, sentimenti di sfiducia e paura sono reazioni comuni e frequenti che possono compromettere le relazioni con le persone che ruotano attorno a lui. Al fine di evitare tali compromissioni, al fianco delle figure professionali che si occupano della malattia in senso clinico, è importante che operino persone qualificate che si prendano cura del bambino e di tutta la sua famiglia a livello psicologico ed emotivo. Bambini meno angosciati e psicologicamente sostenuti nell’impatto con la malattia e l’intervento clinico migliorano la compliance e quindi l’efficacia delle cure. A tutti i bambini bisognerebbe insegnare ad affrontare le procedure mediche, i trattamenti ed il dolore che essi spesso comportano, partendo dal riconoscimento delle loro risorse, oltre che dalla conoscenza di una serie di caratteristiche quali l’età, il sesso, le esperienze precedenti, la paura generalizzata delle procedure mediche, il livello d’ansia dei genitori e la loro capacità di anticipare il dolore del figlio.

Infine, mi piacerebbe portare all’attenzione del lettore l’esistenza di un progetto che, grazie all’associazione di cui faccio parte, “Accoglienza senza confini Terlizzi”, ha permesso ad un gruppo cospicuo di bambini Bielorussi in remissione oncologica di soggiornare in Italia, in particolare nel nostro territorio pugliese per un periodo di circa un mese. Tale accoglienza permette a queste creature di poter giovare di un periodo di cura e risanamento, in un ambiente non irradiato e salubre, con un supporto psicologico e di socializzazione. Infatti, la possibilità di superare la fase acuta del male oncologico si è notevolmente elevata: dal 15% al 75% dei casi, anche grazie a progetti oncologici svolti in Italia.  

Iolanda Gisondo

Il cambiamento è inevitabile, la crescita personale è una scelta.

Non potevo cominciarla diversamente questa mia nuova avventura, se non affrontando uno tra i temi a cui più tengo a cuore e sul quale da anni cerco di battermi diffondendo conoscenze e competenze, sfatando miti ormai radicati nell’immaginario collettivo, su professionalità ma anche modi di affrontare la quotidianità, che spesso limitano la crescita personale nonché quella della comunità.

Pensiamo alla figura dello psicoterapeuta, riteniamo di doverla consultare allo scopo di “cambiare”, immaginiamo di trovarci di fronte una persona che vuole manipolare la nostra mente e, cosa ancor più preoccupante, che possiede le facoltà per farlo.


Questa fantasia, insieme al miraggio di un cambiamento che avverrà al di fuori del nostro controllo, trasmette una sensazione di impotenza che ha davvero poco a che fare con ciò che avviene realmente nello studio di un professionista. 

Intraprendere un percorso di psicoterapia ha in effetti più a che vedere con l’acquisizione di potere, che con la perdita di controllo.

Sviluppare maggiore consapevolezza, soffermarci su ciò che ci accade e sull’impatto che ha su di noi, riflettere sulle opzioni a nostra disposizione e valutare protettivamente le direzioni da intraprendere sono tutte operazioni che ci aiutano ad essere più padroni dei nostri modi di agire e re-agire alle circostanze della vita, che sono invece, a mio avviso, in buona parte al di fuori del nostro controllo.

Rifletto allora sul concetto di cambiamento, su quanto alcune persone si sentano spaventate all’idea di cambiare e sulla misura in cui ciascuno di noi sia consapevole di essere in evoluzione in ogni momento, a prescindere dalla sua scelta di rivolgersi o meno all’attenzione di uno psicoterapeuta.
Scorrendo le opinioni di colleghi, amici e pazienti mi sono imbattuta di frequente in questa diffusa convinzione che però, ammetto, a me non convince per niente, per cui il “cambiamento” sarebbe il principale obiettivo della psicoterapia…

Alzi allora la mano chi pensa di poter attraversare una vita, o anche soltanto una singola giornata, un istante, senza sentirsi un po’ cambiato, fosse anche per un solo ricordo in più, un’esperienza, un incontro o una riflessione assonnata e casuale.
Ecco, io ho piuttosto il senso che il cambiamento in sé sia un dato scontato, certo e ineluttabile! Ciascun individuo intrattiene un costante dialogo con sé e con l’ambiente che non può che avere un impatto più o meno repentino e duraturo.

C’è oltretutto uno slancio al cambiamento che riguarda più da vicino ciò che avviene in un processo terapeutico ma che, ancora una volta, risiede in ognuno di noi prima ancora che interessare lo studio di uno specialista.


È a mio avviso proprio questo il principale contributo che la psicoterapia può apportare al benessere individuale: dare una personale e ricercata direzione al cambiamento.
Non è un caso che “Chi siamo?” “Da dove veniamo?” “Dove stiamo andando?” siano i quesiti che da tempo immemore assillano le menti dei nostri più grandi pensatori e che di per sé implichino già l’idea del movimento.

Mi stupisco allora di come tante volte il timore di cambiare, mettere in discussione se stessi e i propri modi di agire, rappresenti un forte deterrente nel richiedere aiuto, anche per coloro i quali sperimentano un disagio significativo: io, voi, il mondo che abitiamo, siamo già cambiati nel tempo che avete impiegato a leggere fin qui!
La molla che dovrebbe portarvi verso il desiderio di intraprendere una psicoterapia non dovrebbe essere l’idea di “cambiamento” in sé, ma piuttosto l’esigenza, talora destinata a scontrarsi con i limiti umani, ad esercitare una forma benevola di controllo sui vostri cambiamenti, a divenirne consapevoli, ad acquisire il potere di governare maggiormente il vostro destino e il vostro percorso di vita.  

Iolanda Gisondo